Feed on
Articoli
Commenti

Un Muro per non vedere, un Muro da vedere.

Dal 1 maggio apre nei Magazzini del Sale di Palazzo Pubblico
in Piazza del Campo
la mostra “Un muro non basta”

Il muro voluto dai governi israeliani impedisce al popolo d’Israele di vedere e, quindi, conoscere la realtà della tragedia palestinese: il muro mediatico impedisce a noi di guardare il Muro. 

 

Una assai triste abitudine, invalsa anche grazie al mondo mediatico, è quella di aprire discussioni, stimolare opinioni, determinare giudizi in assenza dell’oggetto della discussione.

Il Muro israeliano è un esempio eclatante di quanto affermato: “barriera difensiva”, “muro di separazione”, “muro dell’apartheid” e chi più ne ha più ne metta: ma quanti hanno visto il muro? Il suo percorso, l’impatto con le realtà rurali, urbane, sociali, umane? Quanti ne conoscono il progetto e le sue conseguenze sul territorio?

 

La mostra “Un muro non basta” cerca di mostrare cosa sia il Muro.

Mostrare, descrivere, riferire.

Null’altro.

Permettere discussioni, opinioni, giudizi in presenza dell’oggetto.

 

Un Muro non basta.

Campagna informativa itinerante sul Muro di separazione in Palestina.

Fotografie, documenti e testimonianze.

Ideato e curato dal VIS – Volontariato Internazionale per lo Sviluppo.

Siena, Palazzo Pubblico, Magazzini del Sale.

dal 1 al 15 maggio, dalle ore 10,00 alle 17,00

 

Con l’inaugurazione della Mostra a Siena inizia il mese che Hawiyya-onlus dedica al 60° anno della “Nakba”, la catastrofe palestinese, che vide nascere lo Stato d’Israele sul 78% della Palestina storica, la distruzione di circa 500 villaggi, l’esodo di 800.000 palestinesi.

 

Un programma basato sulla volontà di far conoscere, “toccare con mano” la situazione di un popolo che aveva fatto dell’accoglienza, dell’integrazione il suo stesso modo di esistere.

1 maggio, ore 21,00

Sala Lia Lapini di Porta Pispini

proiezione del film

Il muro” di Benny Brunner (45 min.)

Il progetto. Gli obiettivi. Le testimonianze. Con una intervista ad Amira Hass.

 

 

5 maggio, ore 21,00 - lunedì

Sala Lia Lapini di Porta Pispini

proiezione del film

Il muro di ferro” di Mohammed Alatar (sottotitoli italiani - 52 min.)

Le colonie in Cisgiordania. Centinaia di muri in terra di Palestina.

Con la testimonianza di ex-militari israeliani.

 

 

19 maggio, ore 16,00

Collegio Santa Chiara, Scuola Superiore dell’Università di Siena

presentazione del progetto:

Decolonizzare l’architettura. Riorientare l’architettura dell’occupazione israeliana” degli architetti Sandi Hilal e Alessandro Petti.

 

 

27 maggio, ore 21,00

Sala Lia Lapini di Porta Pispini

1948: la Nakba palestinese

incontro con il professor Salman Abu Sitta

Presidente del Palestine Land Society di Londra.

Il racconto della “catastrofe” attraverso le parole di uno dei massimi esponenti dell’intellettualità palestinese.

 

 

per informazioni e

visite guidate alla mostra:

mediazione.blog@gmail.com

348.0995799

mediazione.worpress.com

 

IRAQ, Mass Media e Manipolazione delle coscienze
incontro con Padre Benjamin - 25 marzo, Siena - Sala Lia Lapini

Ascolta la registrazione audio (78mg, formato ‘.wma’)

Il mese di marzo è dedicato all’arte liberatoria di noi occidentali.In particolare ci soffermeremo sul “Caso Iraq” con 3 appuntamenti davvero importanti ed un “excursus” nell’ultima guerra in Libano.

Per gli EXTRA di MediAzione

19 marzo, ore 18,00
Libreria Becarelli, Viale G. Mameli 14/16
Incontro con l’autore
Alessandra Persichetti ed Akeel Almarai presentano il loro volume
La caduta di Baghdad. Venti giorni di Jihad in Iraq nel racconto di un ragazzo arabo
ed. Giorgio Mondadori

25 marzo, ore 21,30
Siena - Sala Lia Lapini - Via Aretina, 32 - (Porta Pispini)
Testimoni del tempo
IRAQ, Mass Media e Manipolazione delle coscienze
incontro con Padre Benjamin (vd. articolo allegato)
Ha vissuto per molti anni nei Paesi arabi, dedicando quasi 10 anni a denunciare la vita degli iracheni sotto embargo e le conseguenze dell’uranio impoverito. Denigrato e calunniato come pochi sino a vedersi messo alla gogna mediatica da Vespa.
Padre Benjamin porterà a Siena documenti e filmati inediti e sarà a disposizione di chiunque voglia porgli domande “scottanti”: un modo diretto per verificare la correttezza dei media non tanto e non solo nei suoi confronti, quanto in quelli della realtà storica.

Il mondo mediatico statunitense si dimostrò indipendente rispetto al potere di cui dovrebbe essere il “cane da guardia”?
Lo verificheremo insieme il 26 febbraio prossimo, nella Sala Lia Lapini, dalle ore 16,30, insieme ad Enrico Bassi e Bernardo Calasanzio dell’Università di Padova, autori dello studio One nation, indivisible - ovvero,come accelerando l’emozione si freni l’informazione”.

Alle 21,30 proiezione del nuovo film di Massimo MazzuccoIl nuovo secolo americano“.
Al termine del film ci collegheremo in audio conferenza con l’autore da Los Angeles.

È possibile creare un incidente che dimostrerebbe in modo convincente che un caccia cubano ha attaccato e abbattuto un volo civile charter che partito dagli Stati Uniti era diretto in Jamaica, Guatemala, Panama o Venezuela. La destinazione verrebbe scelta solo per fare in modo che il piano di volo preveda di passare sopra Cuba. I passeggeri potrebbero essere un gruppo di studenti del college in vacanza […] . Un aereo alla base di Eglin potrebbe essere dipinto e numerato come esatto duplicato di un aereo civile registrato come appartenente ad una organizzazione di cui è proprietaria la Cia nell’area di Miami. All’ora stabilita il duplicato verrebbe sostituito al vero aereo civile e riempito con i passeggeri, tutti imbarcati sotto nomi fittizi accuratamente selezionati.”

Non è un romanzo. Non lo ha scritto Bin Laden.

È noto come Piano Northwoods. Lo hanno scritto nel 1962 altissimi dirigenti del Dipartimento della Difesa USA guidati dal Capo degli Stati Maggiori Riuniti, generale Lyman Lemnitzer.
Nella sezione documenti sono pubblicati gli originali declassificati del “Piano Northwoods“.

19 febbraio 2008, Università di Siena – Facoltà di Lettere e Filosofia Aula Magna, Via di Fieravecchia, ore 16,30 
Presentazione di:
AA.VV. Palestina quale futuro? La fine della soluzione dei due Stati. A cura di Jamil Hilal. Ed. Jaca Book, 2007

Incontro con Jamil Hilal

 “Giunti al 40° anno di occupazione e al 60° anno dalla Nakba, dobbiamo dire che il tempo è scaduto Stiamo ancora parlando di soluzione due-Stati mentre dovremmo parlare di soluzione uno-Stato. Stiamo ancora parlando della possibilità che i rifugiati rinuncino al loro diritto al ritorno, mentre noi dovremmo insistere che i rifugiati dovrebbero avere il diritto al ritorno. E stiamo ancora parlando di accordi parziali mentre dovremmo parlare di una soluzione globale della questione palestinese.”

Ilan Pappe, Università di Haifa

Nella sezione Stato Unico un articolo di Danilo Zolo sullo “Stato unico”

Sotto la prima lettera di Paolo Barnard troverete la risposta di Milena Gabanelli e la replica di Barnard.
In una comunicazione personale Paolo ci ha rimproverato di aver troppo sottolineato gli aspetti personali: assolutamente giusto. Il caso va trattato per ciò che è: un emblema di situazioni sempre più numerose; particolarmente dolorose se vi si aggiungono relazioni umane e situazioni da “trincea” come quella di Report, che proprio per questo dovrebbe mostrare coraggio e coerenza da “trincea”. 

19 febbraio - ore 16,30
Università di Siena, Aula Magna di Lettere e Filosofia, Via Fieravecchia
AA.VV.: Palestina quale futuro?
La fine della soluzione dei due Stati
A cura di Jamil Hilal (Jaca Book)
Incontro con Jamil Hilal
Giunti al 40° anno di occupazione e al 60° anno dalla Nakba, dobbiamo dire che il tempo è scaduto Stiamo ancora parlando di soluzione due-stati mentre dovremmo parlare di soluzione uno-stato. Stiamo ancora parlando della possibilità che i rifugiati rinuncino al loro diritto al ritorno, mentre noi dovremmo insistere che i rifugiati dovrebbero avere il diritto al ritorno. E stiamo ancora parlando di accordi parziali mentre dovremmo parlare di una soluzione globale della questione palestinese.”
Ilan Pappe
 

26 febbraio - ore 16,30

Sala Lia Lapini - Siena, Via Aretina, 32 (Fuori Porta Pispini)
“One nation, indivisible - ovvero,come accelerando l’emozione si freni l’informazione”
Il comportamento dei media U.S.A. dopo l’11 settembre.
Incontro-seminario con gli autori
Enrico Bassi e Bernardo Calasanzio dell’Università di Padova.
 
 

 

Paolo Barnard è sotto processo per un servizio curato per Report.
Paolo Barnard è stato lasciato solo a subirne le conseguenze legali.
Nell’editoriale di presentazione di questo blog, “Mediatori d’odio”, ci auguravamo che ci fossero refusenik anche tra i giornalisti: Paolo lo è, da sempre.
Evidentemente, altri, famosi e ammirati no. 
Evidentemente per altre, famose ed ammirate, la coerenza è un optional: da conservare con il celophan.
Pubblichiamo, su sua richiesta e nonostante sia stato sconsigliato dal suo legale, quanto Paolo Barnard vuole sia portato a conoscenza.
Noi siamo e saremo a lui accanto, come lo siamo e lo saremo con Mohammed Bakri e con tutti coloro per cui informare e comunicare sono semplicemente volontà di ricerca e condivisione delle conoscenze.

CENSURA ‘LEGALE’
Cari amici e amiche impegnati a dare una pennellata di decenza al nostro Paese, eccovi una forma di censura nell’informazione di cui non si parla mai. E’ la peggiore, poiché non proviene frontalmente dal Sistema, ma prende il giornalista alle spalle. Il risultato è che, avvolti dal silenzio e privi dell’appoggio dell’indignazione pubblica, non ci si può difendere. Questa censura sta di fatto paralizzando l’opera di denuncia dei misfatti sia italiani che internazionali da parte di tanti giornalisti ‘fuori dal coro’.
Si tratta, in sintesi, dell’abbandono in cui i nostri editori spesso ci gettano al primo insorgere di contenziosi legali derivanti delle nostre inchieste ’scomode’. Come funziona e quanto sia pericoloso questo fenomeno per la libertà d’informazione ve lo illustro citando il mio caso.
Si tratta di un fenomeno dalle ampie e gravissime implicazioni per la società civile italiana, per cui vi prego di leggere fino in fondo il breve racconto.
Per la trasmissione Report di Milena Gabanelli, cui ho lavorato dando tutto me stesso fin dal primo minuto della sua messa in onda nel 1994, feci fra le altre un’inchiesta contro la criminosa pratica del comparaggio farmaceutico, trasmessa l’11/10/2001 (”Little Pharma & Big Pharma”). Col comparaggio (reato da art.170 leggi pubblica sicurezza) alcune case farmaceutiche tentano di corrompere i medici con regali e congressi di lusso in posti esotici per ottenere maggiori prescrizioni dei loro farmaci, e questo avviene ovviamente con gravissime ripercussioni sulla comunità (il prof. Silvio Garattini ha dichiarato: “Dal 30 al 50% di medicine prescritte non necessarie”) e spesso anche sulla nostra salute (uno dei tanti esempi è il farmaco Vioxx, prescritto a man bassa e a cui sono stati attribuiti da 35 a 55.000 morti nei soli USA).
L’inchiesta fu giudicata talmente essenziale per il pubblico interesse che la RAI la replicò il 15/2/2003.
Per quella inchiesta io, la RAI e Milena Gabanelli fummo citati in giudizio il 16/11/2004(1) da un informatore farmaceutico che si ritenne danneggiato dalle rivelazioni da noi fatte.
Il lavoro era stato accuratamente visionato da uno dei più alti avvocati della RAI prima della messa in onda, il quale aveva dato il suo pieno benestare.
Ok, siamo nei guai e trascinati in tribunale. Per 10 anni Milena Gabanelli mi aveva assicurato che in questi casi io (come gli altri redattori) sarei stato difeso dalla RAI, e dunque di non preoccuparmi(2). La natura dirompente delle nostre inchieste giustificava la mia preoccupazione. Mi fidai, e per anni non mi risparmiai nei rischi.
All’atto di citazione in giudizio, la RAI e Milena Gabanelli mi abbandonano al mio destino. Non sarò affatto difeso, mi dovrò arrangiare. La Gabanelli sarà invece ampiamente difesa da uno degli studi legali più prestigiosi di Roma, lo stesso che difende la RAI in questa controversia legale.(3) Ma non solo.
La linea difensiva dell’azienda di viale Mazzini e di Milena Gabanelli sarà di chiedere ai giudici di imputare a me, e solo a me (sic), ogni eventuale misfatto, e perciò ogni eventuale risarcimento in caso di sentenza avversa.(4)
E questo per un’inchiesta di pubblico interesse da loro (RAI-Gabanelli) voluta, approvata, trasmessa e replicata.*
*(la RAI può tecnicamente fare questo in virtù di una clausola contenuta nei contratti che noi collaboratori siamo costretti a firmare per poter lavorare, la clausola cosiddetta di manleva(5), dove è sancita la sollevazione dell’editore da qualsiasi responsabilità legale che gli possa venir contestata a causa di un nostro lavoro. Noi giornalisti non abbiamo scelta, dobbiamo firmarla pena la perdita del lavoro commissionatoci, ma come ho già detto l’accordo con Milena Gabanelli era moralmente ben altro, né è moralmente giusificabile l’operato della RAI in questi casi).
Sono sconcertato. Ma come? Lavoro per RAI e Report per 10 anni, sono anima e corpo con l’impresa della Gabanelli, faccio in questo caso un’inchiesta che la RAI stessa esibisce come esemplare, e ora nel momento del bisogno mi voltano le spalle con assoluta indifferenza. E non solo: lavorano compatti contro di me.
La prospettiva di dover sostenere spese legali per anni, e se condannato di dover pagare cifre a quattro o cinque zeri in risarcimenti, mi è angosciante, poiché non sono facoltoso e rischio perdite che non mi posso permettere.
Ma al peggio non c’è limite. Il 18 ottobre 2005 ricevo una raccomandata. La apro. E’ un atto di costituzione in mora della RAI contro di me. Significa che la RAI si rifarà su di me nel caso perdessimo la causa. Recita il testo: “La presente pertanto vale come formale costituzione in mora del dott. Paolo Barnard per tutto quanto la RAI s.p.a. dovesse pagare in conseguenza dell’eventuale accoglimento della domada posta dal dott. Xxxx (colui che ci citò in giudizio, nda) nei confronti della RAI medesima”.(6)
Nel leggere quella raccomandata provai un dolore denso, nell’incredulità.
Interpello Milena Gabanelli, che si dichiara estranea alla cosa. La sollecito a intervenire presso la RAI, e magari anche pubblicamente, contro questa vicenda. Dopo poche settimane e messa di fronte all’evidenza, la Gabanelli tenta di rassicurarmi dicendo che “la rivalsa che ti era stata fatta (dalla RAI contro di me, nda) è stata lasciata morire in giudizio… è una lettera extragiudiziale dovuta, ma che sarà lasciata morire nel giudizio in corso… Finirà tutto in nulla.”(7)
Non sarà così, e non è così oggi: giuridicamente parlando, quell’atto di costituzione in mora è ancora valido, eccome. Non solo, Milena Gabanelli non ha mai preso posizione pubblicamente contro quell’atto, né si è mai dissociata dalla linea di difesa della RAI che è interamente contro di me, come sopra descritto, e come dimostrano gli ultimi atti del processo in corso.( 8)
Non mi dilungo. All’epoca di questi fatti avevo appena lasciato Report, da allora ho lasciato anche la RAI. Non ci sarà mai più un’inchiesta da me firmata sull’emittente di Stato, e non mi fido più di alcun editore. Non mi posso permette di perdere l’unica casa che posseggo o di vedere il mio incerto reddito di freelance decimato dalle spese legali, poiché abbandonato a me stesso da coloro che si fregiavano delle mie inchieste ‘coraggiose’. Questa non è una mia mancanza di coraggio, è realismo e senso di responsabilità nei confronti soprattutto dei miei cari.
Così la mia voce d’inchiesta è stata messa a tacere. E qui vengo al punto cruciale: siamo già in tanti colleghi abbandonati e zittiti in questo modo.
Ecco come funziona la vera “scomparsa dei fatti”, quella che voi non conoscete, oggi diffusissima, quella dove per mettere a tacere si usano, invece degli ‘editti bulgari’, i tribunali in una collusione di fatto con i comportamenti di coloro di cui ti fidavi; comportamenti tecnicamente ineccepibili, ma moralmente assai meno.
Questa è censura contro la tenacia e il coraggio dei pochi giornalisti ancora disposti a dire il vero, operata da parte di chiunque venga colto nel malaffare, attuata da costoro per mezzo delle minacce legali e di fatto permessa dal comportamento degli editori.
Gli editori devono difendere i loro giornalisti che rischiano per il pubblico interesse, e devono impegnarsi a togliere le clausole di manleva dai contratti che, lo ribadisco, siamo obbligati a firmare per poter lavorare.
Infatti oggi in Italia sono gli avvocati dei gaglioffi, e gli uffici affari legali dei media, che di fatto decidono quello che voi verrete a sapere, giocando sulla giusta paura di tanti giornalisti che rischiano di rovinare le proprie famiglie se raccontano la verità.
Questo bavaglio ha e avrà sempre più un potere paralizzante sulla denuncia dei misfatti italiani a mezzo stampa o tv, di molto superiore a quello di qualsiasi politico o servo del Sistema.
Posso solo chiedervi di diffondere con tutta l’energia possibile questa realtà, via mailing lists, siti, blogs, parlandone. Ma ancor più accorato è il mio appello affinché voi non la sottovalutiate.
In ultimo. E’ assai probabile che verrò querelato dalla RAI e dalla signora Gabanelli per questo mio grido d’allarme, e ciò non sarà piacevole per me.
Hanno imbavagliato la mia libertà professionale, ma non imbavaglieranno mai la mia coscienza, perché quello che sto facendo in queste righe è dire la verità per il bene di tutti. Spero solo che serva.
Grazie di avermi letto.

Paolo Barnard
dpbarnard@libero.it

Note:
1) Tribunale civile di Roma, Atto di citazione, 31095, Roma 10/11/2004.
2) Fatto su cui ho più di un testimone pronto a confermarlo.
3) Nel volume “Le inchieste di Report” (Rizzoli BUR, 2006) Milena Gabanelli eroicamente afferma: “…alle nostre spalle non c’è un’azienda che ci tuteli dalle cause civili”. Prendo atto che il prestigioso studio legale del Prof. Avv. Andrea Di Porto, Ordinario nell’Università di Roma La Sapienza, difende in questo dibattimento sia la RAI che Milena Gabanelli. Ma non me.
4) Tribunale Ordinario di Roma, Sezione I Civile-G.U. dott. Rizzo- R.G.N. 83757/2004, Roma 30/6/2005: “Per tutto quanto argomentato la RAi-Radiotelevisione Italiana S.p.a. e la dott.ssa Milena Gabanelli chiedono che l’Illustrissimo Tribunale adìto voglia:…porre a carico del dott. Paolo Barnard ogni conseguenza risarcitoria…”.
5) Un esempio di questa clausola tratto da un mio contratto con la RAI: “Lei in qualità di avente diritto… esonera la RAI da ogni responsabilità al riguardo obbligandosi altresì a tenerci indenni da tutti gli oneri di qualsivoglia natura a noi eventualmente derivanti in ragione del presente accordo, con particolare riferimento a quelli di natura legale o giudiziaria”.
6) Raccomandata AR n. 12737143222-9, atto di costituzione in mora dallo Studio Legale Di Porto per conto della RAI contro Paolo Barnard, Roma, 3/10/2005.
7) Email da Milena Gabanelli a Paolo Barnard, 15/11/2005, 09:39:18 
8- Tribunale Civile di Roma, Sezione Prima, Sentenza 10784 n. 5876 Cronologico, 18/5/2007: “la parte convenuta RAI-Gabanelli insisteva anche nelle richieste di cui alle note del 30/6/2005…”. (si veda nota 4)

Lettera di Milena Gabanelli sul Forum di Report

Ogni azienda, giornale o tv fornisce l’assistenza legale (ovvero paga l’avvocato) ai propri dipendenti, non ai collaboratori. Quando abbiamo iniziato (1997)nessuno di noi si era posto il problema, che invece abbiamo affrontato quando sono arrivate le prime cause (2000). Si trattava di querele per diffamazione. La sottoscritta e il direttore di allora chiedemmo assistenza legale e ci fu concessa. Fatto che si verificò in tutti i successivi procedimenti penali. Le prime cause civili arrivarono nel 2004, e lì scoprimmo che invece non ci sarebbe stata copertura legale. La tutela veniva fornita a me in virtù del contratto di collaborazione con la rai, ma “a discrezione”, ovvero dovevo presentare una memoria difensiva con la quale dimostravo, punto per punto, di aver agito bene. Non avendo l’autore del servizio nessun contratto di collaborazione con la rai (pochè vende il pezzo), si assume i rischi in caso di richiesta di risarcimento danni. La realtà era questa: o prendere, o lasciare. Gli autori furono messi a conoscenza della questione e tutti decisero di continuare “l’avventura” con Report. Con tutte le angoscie del caso, ma a dominare è stata la convinzione di tutti noi che lavorando bene alla fine le cause si vincono e il soccombente dovrà pure pagare le spese. Da parte mia ho iniziato una lunga battaglia per poter avere ciò che nessuna azienda normalmente fornisce ai non dipendenti: l’assistenza di un avvocato in caso di causa civile (nel penale, come ho già detto, ci è stata fornita fin dall’inizio). Dal 2004 in poi la tendenza è stata quella di farci prevalentemente cause civili, con tutto quel che ne consegue in termini di stress, tempo che perdi, e paure che ti assalgono. E’ bene sapere che quando si va in giudizio ognuno risponde per la parte che gli compete: gli autori rispondono del loro pezzo, la sottoscritta per tutti i pezzi (in qualità di responsabile del programma), la rai in quanto network che diffonde la messa in onda. Qualora il giudice dovesse stabilire che c’è stato dolo da parte dell’autore, a pagare saranno tutti i soggetti coinvolti (la rai, la sottoscritta, l’autore). E questo vale per tutti, anche i dipendenti. La differenza è che prima di arrivare alla sentenza nessuno ti paga l’avvocato. Nel 2007 le cause arrivano ad un numero talmente elevato che passo più tempo a difendere me e i miei colleghi che non a lavorare. Ma a luglio 2007 il direttore generale Cappon chiede all’ufficio legale della rai di garantire la piena assistenza legale a tutti gli autori di Report. Questo non ci toglie le ansie (finchè non c’è una sentenza non sai di che morte muori), però almeno sai che alle tue spalle c’è un’azienda che ha riconosciuto il valore del tuo lavoro e ti paga l’avvocato. E’ stato difficile ottenere questo risultato, ma c’è stato e questo è oggi quello che conta.
Certo, se su ogni puntata vieni trascinato in tribunale, alla fine può darsi che lasci la partita perchè non riesci più a reggere fisicamente. Ma questo non è colpa della rai di turno, bensì di un sistema giudiziario che permette a chiunque di fare cause pretestuose, senza che ci sia a monte un filtro (come avviene invece nelle cause penali) che valuti l’eventuale inconsistenza della causa stessa.
Paolo Barnard. E’ un professionista che stimo molto, ma purtroppo l’incompatibilità ad un certo punto era diventata ingestibile, e così a fine 2003 le strade si sono separate. Per quel che riguarda la questione legale che lo coinvolge, sono convinta della bontà della sua inchiesta e penso che alla fine ci sarà una sentenza favorevole. Ci credo al punto tale da aver firmato a suo tempo un atto (che lui possiede e pure il suo avvocato) nel quale mi impegno a pagare di tasca mia anche la parte sua in caso di soccombenza. Non saprei che altro fare.
Non ho il potere di cambiare le regole di un’azienda come la Rai, credo di aver fatto tutto quello che è nelle mie modeste capacità. Il lavoro che io e gli altri colleghi di report abbiamo deciso fin qui di fare non ce lo ha imposto nessuno. E’ un mestiere complesso che comporta molti rischi, anche sul piano personale. Si può decidere di correrli oppure no, dipende dalla capcità di tenuta, dal carattere e dagli obiettivi che ognuno di noi si da nella vita. Il resto sono polemiche che non portano da nessuna parte e sottragono inutilmente energie.
Un caro saluto a tutti.
Milena Gabanelli
Risposta di Paolo Barnard
Sono Paolo Barnard. Rispondo innanzi tutto agli spettatori di Report, che assieme a tanti altri italiani meritano verità, onestà, e finalmente pulizia in questo Paese. Poi anche alle righe della signora Gabanelli postate ieri alle ore 21,16.
Mi spiace che alcuni di voi si siano ritenuti soddisfatti dalle parole dell’autrice di Report, che non ha risposto a nessuno dei punti cruciali, a nessuno dei gravissimi fatti.

Milena Gabanelli scrive:
Per quel che riguarda la questione legale che lo coinvolge, sono convinta della bontà della sua inchiesta e penso che alla fine ci sarà una sentenza favorevole. Ci credo al punto tale da aver firmato a suo tempo un atto (che lui possiede e pure il suo avvocato) nel quale mi impegno a pagare di tasca mia anche la parte sua (di Barnard, nda) in caso di soccombenza. Non saprei che altro fare.”

Quell’atto esiste solo nella fantasia della signora Gabanelli. Né io, né il mio legale Avv. Pier Luigi Costa di Bologna, ne abbiamo mai ricevuto una copia. Inoltre l’affermazione della sua esistenza da parte dell’autrice di Report è pienamente contraddetta dagli atti processuali da me resi pubblici, ove si legge: “Tribunale Ordinario di Roma, Sezione I Civile-G.U. dott. Rizzo- R.G.N. 83757/2004, Roma 30/6/2005: “Per tutto quanto argomentato la RAi-Radiotelevisione Italiana S.p.a. e la dott.ssa Milena Gabanelli chiedono che l’Illustrissimo Tribunale adìto voglia:…porre a carico del dott. Paolo Barnard ogni conseguenza risarcitoria…”.
Confermato di recente da: Tribunale Civile di Roma, Sezione Prima, Sentenza 10784 n. 5876 Cronologico, 18/5/2007: “la parte convenuta RAI-Gabanelli insisteva anche nelle richieste di cui alle note del 30/6/2005…”.
La generosa offerta della Gabanelli non esiste, e sarebbe comunque stata una vergogna, un tentativo di tacitare me mentre lei poteva di fronte ai suoi datori di lavoro mostrarsi pienamente in accordo con la loro sciagurata politica nei mie confronti. Che è quello che ha fatto e controfirmato in ogni atto processuale.

Milena Gabanelli scrive:
Gli autori furono messi a conoscenza della questione e tutti decisero di continuare “l’avventura” con Report.”

Non è vero. Esistono redattori pronti a testimoniare di non aver mai sentito Milena Gabanelli pronunciare quell’avvertimento, soprattutto quando sollecitata a chiarire questioni in merito. Di sicuro non lo fece mai in mia presenza. Io non fui mai posto di fronte a una simile bivio, al contrario, mi fu sempre detto di stare tranquillo.

Milena Gabanelli scrive:
E’ bene sapere che quando si va in giudizio ognuno risponde per la parte che gli compete: gli autori rispondono del loro pezzo, la sottoscritta per tutti i pezzi (in qualità di responsabile del programma), la rai in quanto network che diffonde la messa in onda. Qualora il giudice dovesse stabilire che c’è stato dolo da parte dell’autore, a pagare saranno tutti i soggetti coinvolti (la rai, la sottoscritta, l’autore).”

Che a pagare possano eventualmente essere tutti non è in discussione, signora Gabanelli. Che lei e la RAI tentiate di mandare al macello uno solo, cioè Paolo Barnard, l’anello più debole della catena, e che vi siate lungamente accaniti in ciò come dimostrano i documenti processuali sopraccitati, e che la RAI abbia addirittura tentato di rivalersi su di me anche fuori dal processo, è ben altra cosa. Lascio ogni giudizio sulla sua condotta ai suoi spettatori. E taccio qui sul dolore personale che ho subito. Non è questo il contesto.

Milena Gabanelli scrive:
Certo, se su ogni puntata vieni trascinato in tribunale, alla fine può darsi che lasci la partita perchè non riesci più a reggere fisicamente. Ma questo non è colpa della rai di turno, bensì di un sistema giudiziario

No, la RAI ha responsabilità pesanti, nell’abbandono dei giornalisti collaboratori che tanto hanno fatto per i suoi palinsesti, come nel caso in oggetto. Noi ‘esterni’ siamo quelli col coraggio, quelli che lavorano dieci volte gli altri, quelli senza stipendio, quelli che non confezionano le narrative false dei TG1, TG2, TG3, che non sono pagati mensilmente per “rendere plausibile l’inimmaginabile” presso gli italiani. Noi siamo quelli usati e cestinati al primo problema. Io sono giornalista e prima di ogni altra cosa punto il dito verso il mio editore e i miei capi, e ne pagherò i prezzi. Lei Milena Gabanelli dovrebbe fare la stessa cosa e pubblicamente, per il bene del giornalismo italiano, se lei ne avesse il coraggio.

Milena Gabanelli scrive:
Paolo Barnard. E’ un professionista che stimo molto, ma purtroppo l’incompatibilità ad un certo punto era diventata ingestibile, e così a fine 2003 le strade si sono separate.”

Non è vero. La mia separazione dalla gente di Report fu a causa di una sordida storia di inumanità e di viltà che con questa mia denuncia non ha nulla a che fare. Mi addolora ancora di più che Milena Gabanelli la citi qui, del tutto fuori contesto.

Milena Gabanelli scrive:
Il lavoro che io e gli altri colleghi di report abbiamo deciso fin qui di fare non ce lo ha imposto nessuno. E’ un mestiere complesso che comporta molti rischi, anche sul piano personale. Si può decidere di correrli oppure no, dipende dalla capcità di tenuta, dal carattere e dagli obiettivi che ognuno di noi si da nella vita. Il resto sono polemiche che non portano da nessuna parte e sottragono inutilmente energie.”

Come dire ‘Se Paolo Barnard non ha i cosiddetti, cambi mestiere e non ci faccia perdere del tempo’. Non mi risulta che Bernardo Jovene, Sabrina Giannini, Stefania Rimini o altri a Report siano stati abbandonati come me, che la RAI e Milena Gabanelli si stiano accanendo in un’aula di tribunale per scaricargli colpe non loro, che la RAI li stia minacciando con ulteriori accanimenti legali, e che Milena Gabanelli sia rimasta zitta per 4 anni di fronte a una vergogna simile perpetrata nei loro confronti.
Milena Gabanelli, con le sue righe, tipicamente sguscia da una situazione indecente senza prendere una posizione morale, senza quel ‘coraggio’ che l’ha resa famosa, avallando di nuovo ciò che lei stessa e la RAI mi stanno facendo. Avallando oltre tutto il peggior precariato nel giornalismo (sic).
In questo modo prolifera la censura da me denunciata, che così tanti colleghi finiscono per subire, una censura che sottrae a voi spettatori, a voi, il diritto di sapere quello che gli avvocati da una parte o dall’altra non vogliono che voi sappiate.

Ci sono cose, signora Gabanelli, su cui si deve prendere posizione, costi quel che costi. Io lo faccio qui e ora e le dico: Lei e la RAI siete responsabili di una condotta ignobile, troppo diffusa fra gli editori di questo povero Paese. Lei più della RAI, perché lei dovrebbe essere il volto del ‘coraggio televisivo’ per definizione.

Verrò travolto dalle vostre querele, a tutela del vostro ‘buon nome’, ma ho deciso di mettermele alle spalle. Io prendo posizione di fronte a questa censura con cui lei Gabanelli è in palese collusione, e il mio coraggio è comunque una piccola cosa, perché c’è chi ha preso posizione di fronte a una camera di tortura in Cile o di fronte a un Merkava in Palestina. Il vero coraggio è loro, non mio.
Né lei né la RAI mi zittirete mai.

Paolo Barnard

12 febbraio, ore 21,30

Sala Lia Lapini - Siena, Via Aretina, 32 (Fuori porta Pispini)

Quattro vedove del New Jersey e domande senza risposta

 

p4t_poster_whitebar_s.jpg 

 

proiezione del film

11 settembre. Pretendere verità

(9-11 Press for Truth)

di Ray Nowosielski (2006)

(sottotitoli in italiano a cura di www.luogocomune.net)

 

Quattro mogli divengono vedove l’11 settembre 2001. Vogliono sapere, capire e accettare. Ma sorge un problema: ogni domanda che pongono invece di ricevere risposta genera nuove domande che non trovano risposta che… fa sì che oggi più del 60% dei newyorkesi non creda alla versione ufficiale: sono tutti complottisti?

Articoli precedenti »